Dublino: un racconto a quattro mani.

Dublino, Irlanda. Due ore e un quarto da Milano. Uno dei luoghi più lontani da casa che abbiamo visitato. Si respira un’atmosfera diversa: le strade, le case e anche le persone sono diverse.

Ma partiamo con ordine: la prima avventura inizia con la ricerca dell’ostello. Le cartine di Dublino non sono per niente accurate, infatti mancano delle vie. Abbiamo girato quasi un’ora, e ogni volta che guardavamo la mappa ci sembrava di essere vicini e invece l’attimo dopo ci trovavamo da tutt’altra parte. Decidiamo di chiedere informazioni, nonostante l’inglese maccheronico. Avvistiamo un distinto signore sui sessant’anni con baffi bianchi e camicia a maniche corte. Una volta chiesta la via ha iniziato a parlare a raffica chiedendoci da dove arrivassimo e quando gli abbiamo detto che veniamo da “Italy, Milan” ha iniziato a ridere parlando di “football”, con riferimenti alla partita giocata la sera prima. Noi gli abbiamo risposto che non seguiamo il calcio, e che probabilmente eravamo gli unici due in Italia. Alla fine ci ha dato qualche indicazione con il suo inglese all’accento irlandese veramente difficile da capire. Così ci avviamo verso quella “famous university” che aveva menzionato quel signore nel suo discorso torrenziale, e ci troviamo lì davanti al Trinity College. Ma non abbiamo tempo di fermarci ad ammirarla perché l’obiettivo primario è trovare l’ostello. Arriviamo al mitico Temple Bar e appena girato a sinistra scopriamo che il nostro ostello si trova proprio lì.

 

Nonostante sia un grande centro, paragonabile più o meno a Milano, a Dublino non c’è la stessa fretta e frenesia. Si riesce, nonostante sia popolata, a camminare rilassandosi e ammirare le vie.

La sosta più importante e duratura è stata da Penneys. Un negozio di abbigliamento con tanta roba a prezzi più che accessibili. Paradiso per ogni donna. È il Primark irlandese: tre piani solo di vestiti e accessori. Siamo usciti con tre sacchetti.

 

Passeggiando lungo il corso vediamo un ragazzo di colore che parla alla gente con un microfono attaccato all’orecchio: le parole che abbiamo capito sono queste: “Jesus loves you”. E continuava a ripeterlo con entusiasmo e convinzione. Un gran personaggio. La sera invece abbiamo mangiato in un posto un po’ defilato, non tra i più popolari di Dublino, dove due tizi suonavano chitarra e fisarmonica e cantavano canzoni popolari irlandesi. Abbiamo preso il piatto tipico fish and chips. E qui la scoperta: quel piatto è buonissimo. Il pesce fritto, ma per niente pesante. Divino.

 

Ovviamente non potevamo non visitare il Guinness Store. Una sorta di museo della Guinness, la birra più buona del mondo.

Probabilmente è un po’ una macchina per far soldi, costruito ad hoc per attirare turisti. Ma siamo usciti soddisfatti della visita anche grazie alla pinta omaggio che abbiamo gustato al Gravity Bar ammirando Dublino dall’altro.

Un’altra sosta inevitabile per gli amanti della birra e della buona musica è sicuramente Temple bar. Poche parole per descriverlo: semplicemente il miglior pub mai visto. Arredamento in stile, calore irlandese e canzoni popolari dal vivo. Tra queste la famosissima “Whiskey in the jar”. Momento bellissimo.

 

Guardando la guida veniamo attratti dalla cittadina di Howth, un piccolo villaggio sulla costa non troppo distante da Dublino. Purtroppo però perdiamo mezza mattina a cercare la fermata e scopriamo che il pullman che porta fin là ha orari improponibili.

 

La cosa che ci ha colpito degli irlandesi è la loro resistenza al freddo.

Di mattina e di sera faceva freddissimo, c’era un’aria fredda pungente. Noi eravamo sempre molto coperti con giubbotto e cappello mentre gli abitanti giravano tranquillamente a maniche corte e pantaloncini.

 

Vi lasciamo ora a qualche scatto fatto con la mitica 400D che non delude mai.

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IMG_4518 copiaDublin, The Spire
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Dublin, Temple Street
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Dublin, Liffey River

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